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martedì 31 agosto 2010

Essenze

Ciao a tutti! Oggi oltre a postarvi una nuova poesia vi voglio fare una domanda. Due anni fa scrissi la poesia che leggerete qui sotto, e oggi ci ho rimesso le mani; ebbene, preferite la prima versione o la seconda?


Essenze - Versione del 2008

Vita, bambino che nasce
Vita, ruscello che scorre
Vita, pianta che cresce
Vita, lepre che corre

Morte, odio che nasce
Morte, tempo che scorre
Morte, rabbia che cresce
Morte, rischio che corre


Essenze - Versione del 2010

Vita
bambino che nasce
ruscello che scorre
pianta che cresce
lepre che corre

Morte
odio che nasce
tempo che scorre
rabbia che cresce
rischio che corre

domenica 9 maggio 2010

Dio è superato

Ciao! Quello che vi voglio proporre oggi è una specie di racconto, tendente al filosofico. Come probabilmente noterete, il mio testo ricalca e si ispira al testo di Nietzsche in cui il filosofo sostiene che "Dio è morto", nella Gaia Scienza.
Essenzialmente con questo testo ho cercato di esprimere il mio pensiero sulla religione, e sicuramente se siete credenti non lo apprezzerete molto, ma vi consiglio di leggerlo e di rifletterci sopra (tanto sono del tutto cosciente del fatto che è più facile far crescere le ali ad un cammello piuttosto che far ragionare un cristiano su Dio, ma è lo stesso, io ci provo).
Vabbè, leggetelo e poi sappiatemi dire!

Dio è superato

Un uomo folle accese una lanterna alla chiara luce del mattino e dopo essere giunto al mercato, si mise a gridare: «Cerco Dio! Cerco Dio!» e tutti gli uomini presenti, per la maggior parte di fede, rimasero stupiti dalle urla dell’uomo che cercava disperatamente Dio; ed essi si misero a ridere ed uno disse: «Dio è con te, è insieme a te.» e un altro: «Dio ti protegge, egli ti ama, non necessiti di trovarlo, perché lui è sempre con te.»
Ma il folle uomo corse in mezzo a loro e disse: «No! Dio non è con me!» e un grosso brusio si levò dalla folla «Egli non è con me!» continuò l’uomo folle.
«E’ forse morto?» lo schernì uno di questi.
«No! Non è morto, ma non è con me!» gli rispose allora l’uomo «E sapete perché egli non è con me? Perché non è mai esistito! Dio non è morto, perché non può morire ciò che non ha mai avuto vita!» gridò «Dio non è altro che una creazione dell’uomo! E’ stata una necessità per secoli; il bisogno di conoscenza dell’Uomo era tale da spingerlo ad ingannarsi da solo. Dio non è altro che il bisogno di sapere di un popolo antico e ignorante. Dio non è mai esistito! Come possiamo ancora affidarci a credenze vecchie mille anni? La teoria di Dio è svanita, scomparsa, come tutte le altre vecchie idee, inginocchiatesi dinnanzi al futuro! Crediamo per caso ancora al sistema Tolemaico? No, perché esso è superato! Crediamo per caso ancora al Creazionismo? No, perché esso è superato! Allo stesso modo, anche Dio è superato. Egli svanisce sotto la logica e la razionalità dell’Uomo.» A questo punto l’uomo folle tacque e guardò nuovamente ai suoi ascoltatori: anch’essi lo guardavano stupiti. Allora egli fece cadere la lanterna che si frantumò.
«Vengo troppo presto.» disse «Non è ancora il mio tempo. Quanto tempo dovrà ancora passare perché vi accorgiate di ciò che è successo? Quanto ancora vi ingannerete volgendo lo sguardo verso le nuvole? Quante lotte, quanti morti, quante guerre, quanti inganni, quanti crimini ancora commetterete per un essere mai esistito? Per quanto tempo ancora darete credito a coloro che hanno inventato il mito e con esso vi dominano?» l’uomo folle guardò la terra sotto di sé quando udì alcuni che lo insultavano. «Non è ancora il mio tempo. L’ignoranza esige ancora il suo tributo di falsa conoscenza. Il gregge ha ancora bisogno del pastore, e i burattini del burattinaio.»
Si allontanò dalla folla e disse: «Addio» poi aggiunse «Ricordate! Dio non esiste e non può morire, ma voi si! La vostra brama di falsa conoscenza vale davvero lo vostre vite?» e con questo l’uomo folle se ne andò, lasciando la folla perplessa e stizzita.

domenica 2 maggio 2010

La mia età

Ciao a tutti! Vi lascio con questa mia poesiuccia che ho scritto ormai da un pò ma che mi ero dimenticato di pubblicare :D

La mia età

La mia età:
Auto ubriache;
Il pianto
Di madre
Scuote l’asfalto.

La mia età:
Braccia drogate;
Occhi sballati
da un viaggio vano.

La mia età:
Italiano smarrito;
Adorata Kappa
abbreviaci la vita.

La mia età:
moda accanita;
Fieri, in città,
culi firmati.

venerdì 16 aprile 2010

Il Gigante

Ciao a tutti! Finalmente dopo tante attese, ecco a voi un nuovo raccontino che ho buttato giù qualche giorno fa... ma vi avverto, sempre per lo scarso tempo che ho a disposizione, il racconto non è stato ancora "messo a punto". Per essere precisi diciamo che ancora non mi convince a pieno e probabilmente ci dovrò rimettere le mani, ma siccome è davvero tanto che non pubblico un mio racconto ho pensato di darvelo lo stesso anche se un pò "rozzo". Mi raccomando come al solito, datemi le vostre impressioni e, sopratutto in questo racconto, i vostri consigli o le segnalazioni di errori (che ho paura potrebbero esserci, la fretta è nemica dello scrittore.)

Il Gigante

Buio, ci avvolge. Il nostro nascondiglio è freddo, terribilmente gelido. Siamo tutti vicini, ammassati come bestie; anche se non li vedo, sento il loro calore vicino al mio, è rassicurante.
Fuori, forti tonfi echeggiano fino a noi, passi, ci stanno cercando. Un brivido mi percuote, mentre quei suoni mortali continuano a sopraggiungere. Anche gli altri hanno paura: l’aria è pregna di terrore, riesco a respirarlo. I passi si fanno sempre più vicini.
Tum… Tum… Tum… L’agitazione cresce, la sento quasi spingere da dentro per uscire: è terribile. Tum… Tum… Tum… quiete.
Che se ne sia andato? Una fortissima luce mi investe, mentre la porta si apre: ha scoperto il nostro rifugio! Tutto è perduto!
Un ghigno malvagio percorre il viso del gigante mentre ci fissa: non lo dimenticherò mai. Rimaniamo tutti vicini, nessuno tenta di scappare, sarebbe inutile, l’unica via di fuga è bloccata. Attendiamo la morte. Il volto maligno ci osserva ancora qualche attimo, poi allunga una mano verso di noi. Le dita grassocce e unte ci vengono incontro, tutto è perduto! La mano sembra ignorarmi, andandosi a richiudere su Joe, urlante.
«Joe! Joe! Cazzo, perché? Perché proprio lui?» grido a squarciagola.
Il gigante mi ignora; porta fuori dal nascondiglio Joe, e poi ritorna, afferra Tim e lo trascina all’esterno, e poi di nuovo con Andrew, Zoe, Jackie e Bob. E’ un delirio.
Dietro di me, Brenda urla e si dispera; altri inveiscono contro il mostro. Il freddo, indifferente, continua a tormentarci, ma ormai nessuno lo sente più.
La mano assassina però non si ferma. Viene verso di noi, veloce e terrificante. Mi sento stringere forte: mi ha preso, urlo di dolore. Vengono portato fuori, immobilizzato in quella stretta soffocante e accecato dalla luce esterna. Non capisco più nulla, aspetto di riacquistare la vista. Le urla continuano anche fuori.
Quando riprendo la vista, la scena è terribile, sembra un mattatoio. E’ tutto rosso, tutto fottutamente rosso. Joe e Tim sono già andati. Il gigante tiene in una mano Bob e nell’altra una grandissima lama gocciolante, che luccica illuminata dal sole che filtra dalla finestra.
Zac! Il coltello si abbatte su Bob, squartandolo a metà. Alcuni schizzi rossi ci raggiungono, sporcandoci; Zoe sbianca e per poco non perde i sensi.
Zac! Zac! Zac! La lama continua ad abbattersi sul povero Bob. Zac! Zac! Zac!
Ho la nausea; nonostante il nostro povero amico sia ormai esanime, quel maledetto continua ad infierire: Zac! Zac! Zac!
«Brutto bastardo! Perché ci fai questo? Perché?»
Non paga, ignorandomi, quella bestia prende i resti del povero Bob e li mette in un enorme macchinario di plastica.
«Stronzo! Stronzo!» Continuo ad urlare.
Si gira, poi, lentamente, allunga la mano verso di noi ed afferra con forza Andrew. Lo appoggia al posto di Bob, poi, con estrema freddezza cala l’arma anche su di lui. Zac! Zac! Zac!
«Maledetto barbaro! Smettila! Smettila!» Grido sempre più forte.
Poco dopo prende Jackie, Zac! Zac! Zac!
Mi gira tutto, c’è rosso ovunque, rosso ovunque, uno sterminio. Anche quei due finiscono in quella strana macchina.
«Che tu sia maledetto! Non ti basta massacrarci?» Urlo disperato in attesa della mia morte.
Zoe, a fianco a me, fissa il vuoto terrorizzata. Tutto continua a girare intorno a me, non sento neanche più la morsa della paura, il destino ormai mi è contro.
«Su, che aspetti? Uccidimi! Stronzo!»
Poco dopo, il gigante si ferma e dopo aver armeggiato con il marchingegno, lo inclina e fa fuoriuscire una densa poltiglia rossa colandola dentro ad un vasetto.
Zoe riprende a disperarsi. «Ma che diavolo fa? Quelli sono i corpi dei nostri amici! E tra poco toccherà a noi, ci ucciderà! Ci ucciderà!»
«Non credo… »
«Cosa? Ma hai visto cosa ha fatto agli altri?»
«Sei giovane, ti dico che non ci accadrà nulla.»
«Ne sei certo?»
«Si, ormai… è passata.» dissi tranquillo «Bisogna farci l’abitudine. E’ dura la vita di noi pomodori.»

lunedì 8 febbraio 2010

Costano Troppo - Vecchia versione del 2006

Proprio ieri sera, leggendo i commenti di due utenti, Alfa e Malikà, mi è venuto in mente che questo racconto è una versione recente del primo racconto che ho scritto nella mia vita :)
Così mi sono detto, perchè non pubblicare anche la vecchia, brutta, sgrammaticata versione del 2006? Ed eccola qua, pubblicata apposta per voi!
Mentre la leggete ricordate che questo racconto l'ho scritto a soli 15 anni^^
P.s. Non ho corretto nessun errore in questa versione, quindi se ne trovate non è che ho dormito, semplicemente ho voluto lasciarla "intatta".
Se volete rileggere anche la nuova versione, cliccate qui:
Costano Troppo - Versione nuova

COSTANO TROPPO - Versione del 24/07/2006

[Anno 3715, La Terra e Plutone sono in guerra per il dominio del sistema solare]
Esplosioni, Grida, Morte. La Battaglia. E io ci sono in mezzo. Un Proiettile mi sibila a pochi centimetri dalla testa. Un urlo. Non tutti sono fortunati come me.
Un altro proiettile. Mi colpisce in pieno petto. In quell'istante prego che i nuovi giubbotti antiproiettili funzionino. Funzionano.
Sono salvo solo grazie allo stemma da Tenente che ho sul braccio destro, perché i giubbotti vengono dati solo agli ufficiali: - Costano troppo! - aveva detto il Colonnello quando gli avevo parlato dell'ingiustizia di dare gli equipaggiamenti solo agli ufficiali. "Costano troppo", quelle parole mi tornano alla mente. "Costano troppo". Come se una vita umana valesse meno di un giubbotto.
Devo abbandonare i miei pensieri, il fuoco di artiglieria nemica è cessato e devo approfittarne.
- All'attacco!!! - grido alle truppe - Dobbiamo riuscire a far cedere la 1° linea! -
A quelle parole tutti i soldati ancora in grado di combattere, escono dai loro ripari e mi seguono verso le linee nemiche.
Il fuoco di artiglieria nemica riprende. Ormai siamo a metà strada. Sarebbe da folli tornare indietro. Bombe esplodono in tutta l'area circostante. Grida e lamenti si uniscono alle esplosioni. 3 metri ci dividono dal nemico. 2 metri. 1 metro. Scontro corpo a corpo. Gli uomini più fortunati hanno il del calcio del fucile, altri combattono a mani nude. Io preferisco il mio pugnale. Altro oggetto che possiedo grazie al grado.
Un nemico mi si para davanti. Plutoniani. Che brutta razza. Creature dalla pelle violacea e umidiccia, con volti che incutono terrore e ribrezzo allo stesso tempo, con le bocche che mostravano sempre quei denti affilati come rasoi. Fortunatamente non devo fargli un servizio fotografico, devo ucciderlo. Anche loro si aspettavano un corpo a corpo. Il "mio" alieno era armato con un "Bashgot", ovvero una spada corta con un lato seghettato con la lama che emana un debole bagliore verde. Bisognava stare attenti. La lama brillava grazie a un potentissimo veleno che se ti colpisce ti uccide dopo molti minuti di agonia.
Effettuiamo una di scambi con affondi e parate. Nessuno dei due ha la meglio. L'alieno tenta un affondo, ma si scopre troppo. Stolto. Quando si accorge dell' errore è già a terra con uno squarcio nell'intestino.
Mi scontro ancora con altri due plutoniani. Ma l'esito del combattimento non cambia da quello precedente. Quando l'ultimo dei due è a terra morente, mi accorgo che i plutoniani si ritirano nelle retrovie.
Molti morti di entrambe le fazioni. Troppi morti. Sento un grido di un mio soldato ma non riesco a capire cosa dice. Il grido si ripete: - .......ino!!! - Purtroppo non riesco a sentirlo chiaramente. L'urlo si ripete per la terza volta molto più chiaro: - Cecchino!!!! -Troppo tardi. Sento un dolore fortissimo alla testa. Poi. Buio.

giovedì 31 dicembre 2009

L'Uomo solitario

La notte è solitaria, ed anche la luna che, coperta dalle nubi grigie, ignora la figura che passa silenziosamente per la strada della città. L’asfalto è bagnato, così come il lerciume che lo ricopre. Un lampione mezzo fulminato emette l’ultimo bagliore di vita nel momento in cui l’uomo vi passa sotto.
«Che sia un segno?» pensa.
Abbassa lo sguardo sul suo orologio da polso: le 3.27. Il suo orologio d’oro, falso come l’ottone, fedele compagno di una vita schiava del tempo.
«Le 3.27, ma in fondo, cosa mi importa?» Annusa timidamente la brezza che gli sfiora il viso, sente l’odore del freddo. Si stringe nel cappotto.
«Ho tutto il tempo del mondo e allo stesso tempo ho esaurito tutto quanto il tempo» gli scappa una risata debole per il gioco di parole: aveva quasi scordato quella sensazione.
Devia leggermente il suo tragitto per scansare un cassonetto che ostacola il marciapiede. Nel mentre gli torna il ricordo di un film, Blade Runner: “Io ne ho viste di cose che voi umani non potreste neanche immaginare” dice il cattivo in punto di morte a Harrison Ford “Ma tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia.”
«Ha davvero senso che finisca così?» si interroga senza rispondersi continuando il suo passo, che ora si è fatto incerto.
Arriva al cavalcavia, e lo percorre fino a metà, fermandosi lì, nel punto più in alto. Sotto di lui il buio abisso della fine. Si guarda il cappotto, sporco su una manica «Quando l’ho comprato fuori pioveva… e la cassiera aveva due splendidi occhi blu.» Si chiese perché siano riaffiorati alla mente quei pensieri proprio in quel momento senza ritorno, senza via d’uscita.
«E’ veramente questa la soluzione?»
Appoggia le braccia sul parapetto e si spinge sopra di esso in ginocchio; poi tutto tremante e traballante si alza e si mette in piedi sul muretto, unico ostacolo tra lui e i binari che scorrono sotto di esso.
Abbassa gli occhi e fissa il vuoto, che ricambia lo sguardo e allarga le braccia pronto ad accoglierlo. Fa per lanciarsi nel vuoto, per risolvere i suoi problemi, ma sussulta all’ultimo momento e si arresta in bilico tra la vita e la morte. Riguarda giù: l’oscurità lo brama, lo attende. Ma l’uomo non è più sicuro di quello che sta per fare.
«Qual è davvero la cosa giusta?» riflette, chiudendo gli occhi. Muove un piede, ma non riusciamo a cogliere il gesto che compie: se in avanti verso il baratro o se indietro verso la strada. Così mentre il tempo scorre, e l’orologio segna le 3.32, un uomo nel silenzio della notte ha scelto il proprio destino, e in pace con la sua mente, ha trovato la libertà.

giovedì 24 dicembre 2009

Costano Troppo

Posto uno dei miei primi racconti, spero che possa piacervi.

Esplosioni. Grida. Morte. La battaglia. Io ci sono nel mezzo.
Tenente Green della 32a divisione di fanteria dell’esercito degli Stati Uniti Terrestri. Siamo in guerra ormai da mesi con l’esercito plutoniano invasore che tenta di conquistare il nostro pianeta. Memori degli orrori della Grande guerra, avvenuta ormai 200 anni fa, la tattiche adottate dal nemico ci hanno riportato ad una guerra di trincea ancora più terribile di quella combattuta dai nostri avi nel 1914. E’ un massacro.
Devo abbandonare i miei pensieri, il fuoco di artiglieria nemica è cessato e devo approfittarne. «All'attacco!» grido alle truppe con tutto il fiato che ho in corpo fino ad esaurire la voce «Dobbiamo riuscire a far cedere la prima linea!» nel frattempo mi sporgo ancora di più dalla buca che mi protegge e scarico una raffica di colpi verso il nemico, poi balzo fuori dal riparo e corro.
A sentirmi gridate tutti i soldati ancora in grado di combattere escono dalle trincee e mi seguono verso le linee nemiche noncuranti del piombo che fiocca sulle loro teste: si fidano del loro Tenente, sono convinti che li porterò alla vittoria. «Mai errore più grande fu fatto» pensai con amarezza.
Un proiettile mi sibila a pochi centimetri dalla testa, ne sento il rumore mortale. Un urlo. Non tutti sono fortunati come me.
Un altro proiettile. Mi colpisce in pieno petto. Prego perché i nuovi giubbotti antiproiettile funzionino: funzionano.
Sono salvo solo grazie al grado di Tenente che ho sul braccio destro, perché i corpetti protettivi vengono dati solo agli ufficiali: «Costano troppo!» aveva risposto il Colonnello quando gli avevo parlato dell'ingiustizia di fornire gli equipaggiamenti solo ai graduati.
«Costano troppo» quelle parole mi tornano alla mente «Costano troppo». Come se una vita umana valesse meno di una pettorina rinforzata.
Il fuoco di artiglieria riprende, creando morte e crateri. Vedo molti dei miei uomini cadere a terra con il petto zuppo di sangue. «Costano troppo». I giubbotti antiproiettile costano troppo, e intanto altri dieci di quei ragazzi giacciono al suolo.
Siamo ormai a metà strada, sarebbe da folli tornare indietro. Bombe esplodono in tutta l'area circostante: una groviera avrebbe meno buchi di questa maledetta terra di nessuno.
Tre metri ci dividono dal nemico, e altri tre ragazzi muoiono investiti dalle salve delle mitragliatrici. Due metri. Un metro. Salto nella trincea nemica e abbandono il mio fucile ormai scarico. Scontro corpo a corpo.
I più fortunati usano il calcio del fucile, altri gli affilati bordi delle vanghe da campo, altri ancora combattono a mani nude. Io ho il mio pugnale: ringrazio i miei gradi.
Un nemico mi si para davanti: plutoniani, che razza obbrobriosa. Creature dalla pelle violacea e umidiccia, dai volti schiacciati e piatti. Hanno tre grandi occhi verdognoli che brillano di riflesso, e sentono gli odori con la lingua. Fortunatamente non devo fargli un servizio fotografico, ma solo ucciderlo.
Il mio alieno era armato con una lunga lama affilata e ricurva, il cui filo luccicava di blu smorto. Veleno: gioca scorretto. Bisogna stare attenti, se solo mi sfiora, sono spacciato.
Effettuiamo una serie di scambi con affondi e parate. E’ veloce e preciso, sono costretto a mettermi sulla difensiva. Continua ad incalzarmi, poi ad un certo punto un esplosione troppo vicina sembra scuoterlo. Poverino, è un essere sensibile. Chissà se lo è pure al mio acciaio: mi risponde affermativamente finendo a terra con l’intestino squarciato.
Faccio un paio di passi ed altri due plutoniani mi vengono incontro, ma sono anche loro molto sensibili. Quando cadono a terra, mi accorgo che i loro compagni si ritirano nelle retrovie.
Molti morti di entrambe le fazioni. Troppi morti.
Dopo questa riflessione, mi volto e vedo un mio soldato, mi sta cercando di dire qualcosa, ma le esplosioni non mi fanno sentire neppure quello che penso. Il grido si ripete «…ino!» anche questa volta il suono è coperto dagli spari. Non riesco a comprendere cosa vuole dirmi. Poi finalmente la terza volta capisco perché sta sbraitando «Cecchino!» mi grida spaventato «Cecchino! Signore, c’è un cecchino!»
Troppo tardi. Sento un vuoto alla testa. «Anche gli elmetti costano troppo.»